A cosa serve la psicoterapia e quando può aiutare

Il 10 ottobre è stata la giornata mondiale della salute mentale. Spesso sentiamo parlare dell’importanza del prendersi cura del benessere psicologico, esiste ancora un forte stigma riguardo a questo tema.

Il senso di vergogna derivato sia dalla sofferenza psichica, sia dal chiedere aiuto; sentirsi dire che “bisogna farcela da soli”; il non sapere esattamente in cosa consista un aiuto psicologico, possono scoraggiare la scelta di indirizzarsi verso un professionista per il proprio dolore. 

Esiste quindi anche una componente culturale che spinge verso una visione sprezzante nei confronti del dolore psichico, o quantomeno che tende a nasconderlo, minimizzarlo, e non riconoscerlo come universale e specifico per ogni individuo. 

Proprio il fatto che ogni persona sperimenta la sofferenza in modo unico, afferma il diritto di prendersi cura di sé attraverso una psicoterapia o un sostegno psicologico: esiste infatti il pregiudizio che vede nella gravità del dolore psichico ed emotivo la condizione necessaria per poter accedere a questo tipo di aiuto. Le persone “normali” non ne hanno bisogno. Ma “normale”, in questo contesto, è una parola spinosa e quasi svuotata del suo significato: chi può dirsi “normale”? Sotto quale aspetto? In base a quale metro di valutazione? 

La specificità del colloquio con lo psicotrapeuta

La riflessione si sposta piuttosto sull’accessibilità di tale aiuto, e sulle specificità che lo rendono diverso da una “chiacchierata” con qualcuno. Il colloquio con lo psicologo/psicoterapeuta non è una generica conversazione riguardo a se stessi, bensì parte da premesse specifiche di tipo teorico e metodologico. In particolare, il mio orientamento psicoterapeutico psicoanalitico ha come riferimento il pensiero dei coniugi Sandler, e pone al centro della terapia la relazione nel qui e ora instaurata col paziente. Nei contenuti del nostro presente si possono spesso ritrovare elementi del passato, vissuti dolorosi, incompiuti, ancora non compresi, che tengono aperte ferite mai veramente chiuse. Il punto di vista di un professionista, che ascolta e incontra questa sofferenza all’interno di un setting specifico (le regole e le modalità definite da questo approccio), rendono possibile affrontare questi contenuti e tentare di sciogliere i nodi, di capire cosa del “là e allora” si ripete nel “qui e ora”, cosa si può lasciare andare e cosa bisogna risignificare. L’importanza data ai sogni, alle libere associazioni, a pensieri ed emozioni che sorgono in seduta si ricollega al fatto che questi vissuti inconsci e profondi sono ancora attivi nel presente, e si ritrovano in quella che Sandler ha definito “relazione di ruolo” con il terapeuta. L’intento terapeutico, allora, non è tanto quello di una “archeologia psicoanalitica”, volta a ricostruire il passato, bensì una co-costruzione della persona nel presente (cosa sta accadendo ora? Perché ciò che accade è accompagnato da determinate reazioni emotive e psichiche? Sono funzionali o disfunzionali al benessere psicofisico? Che cambiamenti si desidera?). Ciò che si vive e rivive insieme al terapeuta durante le sedute, viene affrontato e analizzato in modo congiunto, per poter arrivare ad un cambiamento. 

Come esseri umani possiamo avere la tendenza (o la tentazione) di credere di essere sempre razionali, che bianco e nero non possano mischiarsi. La nostra quotidianità ci mostra piuttosto tante parti di noi costantemente in conflitto, in contraddizione, incoerenti: ci sono conflitti che possono attenuarsi ed essere compresi, altri che non hanno una così facile risoluzione e richiedono piuttosto di essere accettati. Un esempio quotidiano di questo conflitto può essere rappresentato dal bambino che vuole bene alla sorellina appena nata, ma allo stesso tempo non ne tollera la presenza e prova intensi vissuti negativi nei suoi confronti. Questo conflitto, quello tra bene e male, non solo è agli albori dell’umanità, ma è anche estremamente complicato a risolversi, nonostante sia appunto quotidiano. Ecco perché integrare questi vissuti opposti richiede tempo e fatica psichica ed emotiva, non solo per un bambino ma anche per un adulto. 

Il ‘900, dalla nascita della psicoanalisi in poi, ha mostrato infatti come l’ideale di un individuo “perfetto” esente da conflitti e sbavature, sia destinato a tramontare per lasciare spazio ad una visione più realistica dell’essere umano. 

Bibliografia

 Sandler, A. M. (1985). On interpretation and holding, Journal of Child Psychotherapy, 11:1, 3-15.

 Sandler, J., Dreher, A.U. (1996). Che cosa vogliono gli psicoanalisti? Gli obiettivi della terapia psicoanalitica. Tr. in it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997.


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