La metafora dell’uncinetto e la psicoterapia: un atto creativo per elaborare le proprie esperienze traumatiche

Un’analogia usata spesso in psicoanalisi è quella di ricostruire il complesso intreccio della nostra vita, imparando a conoscere i “buchi” nella nostra trama, creati da esperienze traumatiche, dal dolore che inevitabilmente si incontra nel corso della vita. 

E, come la trama di un tessuto, anche la “tela psichica” può essere ricucita e ricamata: in psicoterapia cerchiamo infatti di affrontare questo processo difficile ma fondamentale, in cui torniamo e ritorniamo sullo stesso vissuto/pensiero/ricordo, anche se ogni volta in modo un po’ diverso. Cerchiamo di ricucire gli “strappi”, di evitare che si allarghino ancora di più. 

La metafora della tessitura, del filo che si intreccia e si annoda, inoltre, si ricollega ad un’attività creativa che da secoli ha caratterizzato l’essere umano, tramandata di generazione in generazione. 

Mi riferisco, ad esempio, al lavoro ai ferri e all’uncinetto, pratiche sempre più riscoperte anche dalle generazioni più giovani, che con il lavoro minuzioso e ripetitivo, in cui i punti si creano e si disfano, si prestano anch’essi a rappresentare il lavoro psicoterapeutico.

Oltre a questo, però, questi tipi di attività manuali e creative mostrano numerosi altri benefici.

I benefici psicologici delle attività creative

Secondo gli studi di Riley, Corkhill e Morris (2013), e Corkhill, Hemmings, Maddock e Riley (2014), infatti, praticare queste attività creative ci porta a ingaggiare la nostra mente in un movimento fisico che richiede concentrazione e attenzione, unito alla soddisfazione di aver creato qualcosa. Il movimento ripetitivo favorisce il rilascio di serotonina, stimolando le aree legate al movimento senza che venga ingaggiato il sistema del dolore. Il movimento automatico può essere di aiuto in persone che soffrono di demenza, in quanto l’azione è stata registrata ad un livello profondo, potendo giovarne anche se la memoria recente viene compromessa. 

Può essere inoltre di aiuto per gestire i flashback legati ad eventi traumatici, tanto che il lavoro ai ferri era stato utilizzato con soldati della Prima Guerra Mondiale con PTSD.

A ciò si accompagna il coinvolgimento in attività gruppali, che promuovono quindi la socialità, possono distrarre da pensieri dolorosi e restituiscono un senso di utilità sociale e di appartenenza. 

L’attività ripetitiva sposta l’attenzione sul qui e ora, promuovendo uno stato mentale calmo paragonabile a quello ottenuto tramite la meditazione. Imparare a lavorare a maglia, o l’uncinetto, infatti, richiede pazienza, confronto sociale, essere pronti a sbagliare, disfare e rifare tutto da capo. Le abilità imparate in queste attività si possono trasferire in altre aree della vita, come la riflessività, la sicurezza nelle proprie abilità, il fatto che essere pronti a sbagliare è la condizione per imparare. 

Non meno importante, inoltre, è anche il senso di appartenenza che deriva dal mettere in pratica saperi antichi, tramandati di generazione in generazione. 

Negli studi sopra citati, ricerche qualitative sui vissuti legati al lavoro ai ferri, si mette in luce come le donne (la maggioranza dei soggetti intervistati) con malattie croniche, depressione, ansia, beneficiavano di questo lavoro ripetitivo, riducendo lo stress e restituendo un senso di benessere e utilità nell’aver portato a termine un progetto, in modo direttamente proporzionale alla frequenza dell’attività.

Lavorare ai ferri diventa un modo per affrontare situazioni stressanti, per impegnare la mente e il corpo mentre si riflette su altro, portando ad una maggiore chiarezza mentale, allenando la memoria e  la concentrazione nell’organizzare i passi necessari per la realizzazione di un progetto (grazie anche al fatto che è un’attività che impiega entrambe le mani, attivando il cervello in modo bilaterale). Dalla ricerca, inoltre, emerge che anche il contatto con la lana e i colori possono avere un impatto sull’umore. 

Un esempio di quanto detto finora può essere rappresentato dalle parole di un’intervistata: “posso portare a termine qualcosa di significativo anche quando sto vivendo molto dolore” (Corkhill et al., 2013). 

Simili risultati si trovano in un’altra ricerca di Bruns e Van der Meer (2020), relativi agli effetti del lavoro a uncinetto sull’umore e funzionamento cognitivo. In particolare, la ricerca riporta esempi di intervento attraverso il lavoro a uncinetto in gruppi di pazienti con diverse condizioni psicofisiche più o meno croniche (ad esempio, è stato proposto a pazienti con anoressia nervosa), e di come gli effetti positivi riscontrati da questa attività rappresentino una valida aggiunta nei progetti di cura da parte della sanità pubblica. 

Anche questa ricerca riporta una maggioranza di intervistate donne, le quali sottolineano come il contatto con il filo, la natura ritmica dell’attività e la frequenza con cui la svolgono hanno un impatto significativo sul loro umore e sul riportarle ad uno stato di calma. 

Anche in questo caso, gli effetti dell’uncinetto si evidenziano in un rafforzamento della memoria e della concentrazione (ad esempio, per contare i punti), offrire una distrazione dal dolore, affrontare condizioni cliniche come depressione, ansia, disturbi alimentari e sentirsi produttive verso se stesse e la comunità. 

Anna Freud, tra i pionieri della psicoanalisi infantile, era solita lavorare ai ferri anche durante le sedute con i pazienti, e tessere col telaio per raccogliere i pensieri per le sue opere: questo la aiutava a trovare uno stato meditativo e connettersi con le proprie libere associazioni.

Questi lavori creativi, quindi, stimolano aree cognitive e sociali cruciali nella prevenzione di malattie degenerative, come la demenza, e offrono un valido aiuto per contrastare la solitudine e gestire lo stress in modo creativo e costruttivo. 

Per concludere, ho voluto approfondire queste arti antiche e quotidiane da un punto di vista differente. Nella letteratura e nel cinema siamo abituati ad associare l’uncinetto e il lavoro ai ferri con la solitudine, l’isolamento, la follia per via del ripiegarsi su se stessi in un ritmo ripetitivo e compulsivo (Corkhill et al., 2014), mentre i dati parlano di fenomeni differenti. Anzi, è proprio la percezione di continuare un sapere, di volerlo condividere, di esprimere un potenziale creativo a rendere queste arti quotidiane attuali e promotrici di benessere psicofisico. 

La psicoterapia come atto creativo

Ho iniziato questo articolo con la metafora della psicoterapia con l’arte di intrecciare i fili per creare e concretizzare ciò che abbiamo nella mente, sottolineando l’importanza di avere pazienza, di imparare ad avere fiducia nel processo, di imparare a trarre nutrimento dallo scambio con l’altro, di disfare e rifare mille volte prima di sentirsi pronti a procedere. 

Come nella metafora, anche l’atto concreto di lavorare a maglia o all’uncinetto porta con sé vantaggi importanti, tra cui scoprire che ognuno può ritrovare in sé la capacità di apprendere, di creare, di fare gruppo per prendersi cura dei propri bisogni di benessere. 

Bibliografia 

P. Burns, R. Van Der Meer (2020). Happy Hookers: findings from an internazional study exploring the effects of crochet on wellbeing. Perspective in Public Health, Vol. XX No. X, 1-8. 

 B. Corkhill, J. Hemmings, A. Maddock & J. Riley (2014). Knitting and Well-being, Textile. The Journal of Cloth and Culture, 12:1, 34-57.

J. Riley, B. Corkhill & C. Morris (2013). The benefits of knitting for personal and social wellbeing in adulthood: findings from an international survey. British Journal of Occupational Therapy, 76(2), 50-57.


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