Le difficoltà emotive in adolescenza e la preoccupazione genitoriale

Se pensiamo all’adolescenza, è probabile che i nostri pensieri si dirigano verso instabilità, turbolenza emotiva, domande esistenziali, verso la difficoltà che ognuno ha provato nel cercare la propria strada. 

Questi vissuti, comuni a molti adolescenti, rendono infatti difficile tracciare una linea tra difficoltà fisiologiche e funzionali, e un comportamento che sfocia in un disagio di natura clinica. 

Dal punto di vista di un genitore può essere disorientante ed essere fonte di preoccupazione, tanto da chiedersi quand’è che effettivamente bisogna allarmarsi e chiedere aiuto. Tra i vari comportamenti a cui prestare attenzione, in questo articolo parleremo dell’ansia e delle diverse modalità con cui può manifestarsi. 

Siamo abituati a pensare all’ansia nella sua forma più visibile, ad esempio quando abbiamo di fronte una persona agitata, preoccupata anche in assenza di situazioni esterne allarmanti, che ci parla velocemente e freneticamente di possibilità catastrofiche. Ci sono altri modi, a volte più silenziosi ma non per questo meno sofferti, per accorgerci che l’ansia si trova ad un livello limite in adolescenza: quando, ad esempio, c’è un rifiuto progressivo di andare a scuola, oppure può presentarsi con mal di pancia/mal di testa frequenti, difficoltà a dormire, difficoltà a uscire di casa, a socializzare, pensare continuamente alla versione peggiore di quello che sta accadendo, fino all’insorgenza di attacchi di panico. A questo può accompagnarsi anche un’insicurezza verso di sé, il proprio aspetto, il proprio orientamento sessuale/identità di genere, il modo di stare in relazione, che oltrepassa il senso di inadeguatezza fisiologico in adolescenza. 

Questo periodo della vita, infatti, è caratterizzato dal progressivo abbandono della propria immagine di Sé come bambino, per fare spazio alla costruzione di un’identità sempre più adulta, integrata, separata dalla propria famiglia, e individuata nel proprio cammino di vita. 

Sono movimenti complicati, che richiedono anni, fatti di passi indietro e avanzamenti. Il senso di frustrazione dei genitori, che non sanno se di fronte hanno un bambino o un adulto, è condiviso e allineato con il vissuto dei ragazzi. Crescendo, infatti, ci si rende conto che lasciare andare una versione di noi piccola, dipendente dai genitori, protetta rispetto ai propri obblighi e doveri può costare caro in termini emotivi, e portare a vedere le richieste della realtà esterna come insormontabili. Da qui a volte il bisogno di mettere tutto “in pausa”, di rifugiarsi in una dimensione in cui queste richieste non ci raggiungono.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che l’elemento “social” per le nuove generazioni di adolescenti non è da sottovalutare, in termini di pressione sociale, di costante confronto con una visione di una realtà spesso fittizia e costruita ad hoc, che però richiede un discreto pensiero critico per poter essere messa in discussione ed evitare un impatto destrutturante sul Sé in costruzione. 

Dall’altra parte, però, anche questa dinamica può avere un costo molto alto in termini di sviluppo e crescita psicologica. La realtà ha degli aspetti dolorosi, di responsabilità e quindi di sacrificio e rinuncia, ma il vantaggio sta nel poter trovare nella propria autonomia una forza, la forza di autodeterminarsi, di incontrare le proprie passioni, di coltivare attivamente il proprio mondo interno. 

Quando ci si sente schiacciati dal peso della propria ansia, in un modo che porta ad un blocco tale da minacciare la crescita, è il momento di fermarsi e chiedersi se è proprio così che debba andare, se ormai il destino è quello di soccombere alla propria sofferenza, o se possiamo fare un passo e chiedere aiuto.

L’ansia dell’adolescente, infatti, ha una dimensione individuale e una familiare. I genitori sono coinvolti a vari livelli nella vita del proprio figlio, e come loro, attraversano in parallelo lo stesso processo di separazione e individuazione. Questo perché anche i genitori lasciano andare l’immagine del proprio bambino per fare spazio a quella di un ragazzo, che a tratti ha bisogno come se fosse più piccolo, e in altri momenti deve e vuole imparare da solo e scontrarsi con gli inevitabili ostacoli della vita. 

Questo movimento rimette in discussione di nuovo l’assetto familiare e di coppia, ma smuove vissuti profondi anche ad un livello individuale, portando alla luce domande identitarie: “ora che mio figlio sta imparando ad essere più autonomo, che tempo c’è per la coppia? Che tempo voglio e posso riprendermi come persona adulta?”. 

Non sono interrogativi semplici, e anzi richiedono anni per poter trovare un equilibrio soddisfacente. 

Da quanto detto finora, quindi, emerge come l’ansia possa assumere diversi significati, e possa presentarsi attraverso vari canali; può diventare un sintomo invalidante che porta ad evitare tutte le situazioni che possono portare a soffrire, riducendo notevolmente le nostre aree vitali. 

Può essere visto anche come un mezzo di comunicazione: “perché sto così male quando lascio casa?”, “Perché non riesco a parlare con i miei compagni di classe?”, “perché mio figlio non mi parla e non ha contatti con coetanei?”. 

Chiedersi perché è già un passo fondamentale per dare un senso a quello che accade a noi e a chi ci sta intorno. Può richiedere del tempo, e può richiedere un aiuto esterno e professionale per poter vedere la complessa dinamica che coinvolge genitori e figli in un momento di vita delicato.


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