Quando una dinamica di coppia diventa disfunzionale?
Ultimamente l’espressione “relazione tossica” ha invaso le conversazioni quotidiane, ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, cosa è “tossico” per chi ci sta parlando? E’ “tossica” una litigata? E’ “tossico” avere bisogno dell’altro senza che diventi un sintomo immediato di dipendenza affettiva? E’ “tossico” non capirsi sempre?
Tossico rimanda al veleno, ad una sostanza che ci fa male invece di nutrirci, ma come certe sostanze, ne diventiamo dipendenti senza accorgercene, e diventiamo schiavi di ciò che ci fa soffrire.
Nell’ambito della relazione di coppia (ma anche di relazioni in generale) “tossico” dovrebbe identificare un rapporto che si basa non sul rispetto reciproco, bensì sull’uso dell’altro in modo manipolatorio (il contrario di “le persone non sono un mezzo, ma un fine”) per i propri scopi (ad esempio un obiettivo di successo, di rassicurazione della propria autostima, dei propri bisogni emotivi a discapito del benessere dell’altro).
La sensazione è che tante dinamiche di coppia siano bollate come tossiche anche quando rientrano in modalità più o meno funzionali: arrabbiarsi, discutere, litigare e avere difficoltà comunicative non sono necessariamente sintomi di una relazione tossica.
Se, per non voler incorrere nell’etichetta della “tossicità”, in una relazione non si discute mai, o si evitano ad ogni costo momenti di sofferenza, allora nessuna relazione può salvarsi, perché un simile scenario rappresenta tutt’altro che un esempio di salute.
D’altra parte, però, nei rapporti interpersonali esistono dei limiti, che possono variare da individuo a individuo, ed è importante leggere ciò che accade all’interno del contesto che coinvolge entrambi i membri della coppia. Ciò che è inammissibile per una coppia, può essere ampiamente tollerato in un’altra.
Esistono però delle fasi della coppia in cui certe dinamiche diventano effettivamente disfunzionali: la coppia, invece che procedere in un percorso di crescita, sembra arrestarsi e girare intorno in un circuito chiuso. Comunicare diventa difficile, ognuno sembra proseguire su una strada separata, ma non si sa bene da quando questa situazione è cominciata, oppure non si sa quale meccanismo rende difficile uscirne.
In una coppia, infatti, esiste un potenziale evolutivo, un incastro di due storie che, incontrandosi, cercano di trovare un finale diverso a ciò che individualmente si ha sperimentato. Esiste anche un potenziale involutivo, in cui queste due storie, invece che portare ad una crescita, riconfermano aspettative già vissute e conosciute, spesso dolorose. Può sembrare controintuitivo, ma uscire da queste modalità conosciute può fare più paura che effettivamente rimanere nella situazione attuale. Vorremmo lasciare la strada dissestata in cui siamo per cercarne una nuova e più sicura, ma quella dissestata la conosciamo tanto bene e non ci sono sorprese, anzi a volte ci impegniamo attivamente (seppur in maniera inconscia) per rimanerci.

Una volta che ci si rende conto che la coppia è “incastrata”, decidere di iniziare un percorso di terapia di coppia non è affatto semplice. Può non essere necessario, ma può anche nascere il desiderio di capire cosa sta succedendo, di analizzare la situazione da un punto di vista differente, più profondo: cosa sta vivendo ognuno in relazione a se stesso, alla coppia, ai progetti di vita individuali e costruiti insieme, anche in relazione alle proprie famiglie di origine (ad esempio, siamo ancora più figli che compagni?). A questo si aggiungono altre tematiche molto importanti, come identificare quali potenziali evolutivi ha la coppia, l’effetto sulla crescita individuale di ognuno, sia in senso di progettualità condivisa, sia, come può capitare, in senso separativo.
Accade, infatti, che la richiesta della coppia non sia di iniziare una terapia per provare a ricucire il rapporto, ma per elaborare una separazione necessaria, sia per delle motivazioni interne legate all’elaborazione della fine della relazione, sia per situazioni in cui sono coinvolti anche i figli.
Iniziare un percorso di terapia di coppia non è una scelta semplice anche per un possibile stigma percepito, come possono essere le aspettative sociali: “lavare i panni sporchi in famiglia”, la vergogna sentita per quello che viene considerato un fallimento relazionale, o ancora per l’immagine socialmente trasmessa che, se si va in terapia di coppia, è perché ci si vuole lasciare e non c’è più niente da fare.
La realtà, per fortuna, è più articolata e variegata di così. Investire in un percorso che può essere difficile in termini di risorse materiali e psicologiche è al contrario un riflesso dell’importanza che la relazione riveste per noi, della volontà di voler capire e impegnarsi per un cambiamento che vada verso la direzione di un benessere individuale e di coppia, anche quando questo benessere può significare prendere strade diverse: l’importante è sempre chiedersi perché, e capire se ci sono modi diversi per raggiungere gli stessi obiettivi.
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