Cosa significa curarsi?

Colgo l’occasione della giornata mondiale dedicata alla salute mentale il 10 ottobre, per una piccola riflessione sul concetto di sofferenza e di benessere, scaturita dalla lettura del libro di Tiziano Terzani “Un altro giro di giostra” (2004), in cui l’autore racconta, in modo profondo e arguto, il suo viaggio tra Asia e America in cerca di una cura per il suo cancro.
Terzani attraversa diversi Paesi chiedendosi che cosa rappresenti una malattia – e quindi cosa sia guarigione- in base alla cultura di riferimento. In Occidente, ad esempio, il linguaggio utilizzato nei confronti della malattia (che sia fisica o psicologica) è di tipo bellico: “sconfiggere”, “battere”, “eliminare” la sofferenza che, come un parassita invasore, ci colonizza e ci stravolge. L’idea che la sofferenza “sorga” in noi e vada debellata senza capirne il perché porta a conseguenze che dissociano invece che ricucire: non mi riferisco solo al capire cosa c’è all’origine dell’insorgenza del dolore, ma anche cosa vuole rappresentare quel dolore, cosa ci porta a fare, cosa ci vuole dire ad un livello meno superficiale. In un passaggio del libro (cfr. p. 102), per esempio, Terzani approfondisce questo concetto collegandolo all’importanza attribuita al dolore da parte delle grandi tradizioni religiose, sottolineando come la sofferenza sia spesso legata ad una forma di conoscenza di sé, un passaggio imprescindibile per raggiungere uno stato di consapevolezza più profondo.
Sì perché dolore e sofferenza fanno parte della vita e la compenetrano in modo indissolubile: così come senza morte non c’è vita, senza dolore non c’è guarigione. Questo non deve essere un incoraggiamento al martirio, tutt’altro. Vuole essere una riflessione sulla difficoltà di accettare le parti dolorose e angoscianti della vita, su cui non abbiamo controllo e di fronte a cui ci sentiamo impotenti. Come Freud aveva intuito nel corso della sua attività clinica, il dolore psichico più grande era talvolta nato dal non voler accettare un aspetto inevitabile del realtà. Il dolore non si può eliminare, ma si può provare a trasformare ed accettare, anche se ciò richiede di metterci in discussione, di farci delle domande, di tollerare di non sapere le risposte.

Questo argomento del dolore e della cura si inserisce inevitabilmente nell’ambito della psicoterapia. Nel corso di una terapia, infatti, ci sono momenti di intenso dolore, di sofferenza che è difficile da tollerare, da capire, da accettare senza volerla eliminare. Quella stessa sofferenza ci porta a delle domande, a fermarci e chiederci perché ci sentiamo così, da quanto stiamo così male, cosa vuol dire per noi stare bene, cosa vogliamo dalla nostra vita. Sempre Freud, inoltre, fornisce una immagine interessante: il bambino piccolo, invaso da stimoli interni ed esterni che non sa distinguere e da cui si sente sopraffatto, tenta di sopravvivere all’esperienza della fame in assenza della madre che può calmare la sua sofferenza. Il bambino, allora, prova a rimediare in fantasia a questa mancanza, attivando piano piano il suo apparato psichico: si immagina che ci sia il seno materno pronto a dargli nutrimento e per un po’ sembra anche funzionare. Ma poi la pancia si fa sentire perché dentro al corpo il nutrimento non c’è; sembra disperata la situazione, ma poi la mamma vera arriva, e con lei il latte che placa la fame. Il bambino ha dovuto sperimentare la dolorosa sensazione di fame, disperazione, impotenza; l’ha dovuta sopportare, ha dovuto imparare a stare in quella sofferenza, tentando di gestirla con le risorse a sua disposizione, per poi realizzare che quell’attesa non era mortale, perché il latte poi arriva: senza questa mancanza, però, il bambino avrebbe continuato a vivere in una dimensione illusoria in cui tutti i bisogni sono sempre soddisfatti ancora prima di diventare bisogni, che necessità c’è di pensare, di capire? Cosa c’è da capire se non c’è nulla che perturba e va “capito”? Impariamo a pensare anche per dare un senso a quello che proviamo, per soffrire il meno possibile. 

Per concludere, quindi, questa giornata ci ricorda sia che il benessere psicologico-psicofisico è un diritto di ognuno e come tale va trattato, come un bisogno fondamentale che condiziona in modo importante la nostra vita; sia che anche nel caso di un profondo disagio psichico non c’è un nemico da sconfiggere, una parte sbagliata da eliminare. Il dolore e la sofferenza non si possono ignorare, anzi non si devono ignorare, ma cosa ci facciamo con loro? Come li integriamo nella nostra vita? Quali aspetti possiamo cambiare, quali dobbiamo imparare ad accettare, quali ancora a lasciare andare?

Invito quindi tutti a prendersi il tempo per chiedersi: “come sto?”. 

Tiziano Terzani (2004), Un altro giro di giostra, Milano, ed. Longanesi & C.

Freud, S. (1900), L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. 3, Torino, Boringhieri, cap. VII, “La psicologia dei processi onirici”, § C, “L’appagamento di desiderio”.


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